venerdì 17 aprile 2020

LEZIONE DI STORIA: GLI INDIANI D'AMERICA

 In compagnia di una poesia… degli Indiani d'America |
Salve ragazzi, questa settimana,
di storia, ognuno di voi esaminerà
un argomento relativo ai Nativi
americani o Indiani d'America.
Prima ricavate un po' di informazioni
da questi video e link, poi andate in
fondo al post per trovare il vostro
approfondimento.
CONSEGNA:
Ognuno riferirà le informazioni
ricavate dalle proprie ricerche ai
compagni nella lezione live di
mercoledì 22 aprile e riceverà
una valutazione che terrà conto:
1-della qualità delle informazioni
reperite
2- della capacità di riferirle
in modo accattivante

Qualche curiosità in questo link:
https://www.focus.it/cultura/curiosita/da-cavallo-pazzo-a-toro-seduto-9-curiosita-sui-nativi-americani?gimg=RELATED#imgRELATED
 Saggezza Indiani d'America | Citazioni indiane, Nativi americani ...
I segni dello Zodiaco degli Indiani d'America – Rivista Periodica ...


BASSI-BIANCHETTI: IL TEEPEE (ABITAZIONE TIPICA)
CAMPOMAGGI-CONTESSA: I CAPI INDIANI (CAVALLO PAZZO, TORO SEDUTO,...)
CARAPACCHIO-CONTI: TRIBU' INDIANE (SIOUX, APACHE, ...)
CIARAMELLETTI M.-FERNANE: RISERVE DEGLI INDIANI
CIARAMELLETTI S.-FIRMI: ALIMENTAZIONE
CIPOLLONI-FORMICHETTI:ARMI, BATTUTE DI CACCIA (TOMAHAWK)
COLACICCHI-FRANCUCCI: IL BISONTE NELLA VITA DEGLI INDIANI D'AMERICA
COLAPICCHIONI-GIORDANI: ABBIGLIAMENTO DEI NATIVI AMERICANI
D'AMMANDO-GIOVANNELLI: RELIGIONE E SAGGEZZA DEGLI INDIANI D'AMERICA
DI GIOVANNI-LONGOBARDI: PIPE, CALUMET
DIONISI-MARIANANTONI: TOTEM INDIANI
DONATI-MARIANTONI: DANZE E CERIMONIALI DEI NATIVI AMERICANI
FICORILLI-MONTINI:  SEGNALI DI FUMO
FRANCESCHINI-PINNA: LINGUE E SCRITTURA DEGLI INDIANI D'AMERICA
MANCINI-PROVARONI: LEGGENDE INDIANE, FIABA POCAHONTAS
MARINELLI-RINALDI A.: EDUCAZIONE DEI BAMBINI
MASCOLO-RINALDI S.: RITI FUNEBRI
PAOLUCCI-SCAPPA: TRUCCO DEL VISO E COPRICAPI
SERILLI-TREMATERRA: MEDICINA E CURE
SIVIERO-VANNOZZI: PRATICHE MAGICHE
STRINATI:  I NOMI DELLE PERSONE E DEI LUOGHI
TREBIANI: LO SCALPO INDIANO

La ricerca di approfondimento si fa così:
come-fare-una-ricerca | Scuola, Istruzione, Ricerca

Appunti per approfondimenti:
SEGNALI DI FUMO:
 Pin di Matt Molteni su segni simboli codici nel 2020 | Abilità di ...
LO SCALPO
Il termine scalpo deriva da un lemma inglese di origine scandinava, scalp, che significa "cuoio capelluto", indica il cuoio capelluto, comprendente tutti i capelli, asportato dal cadavere di un nemico (o anche da un nemico ferito).
 Scotennare il nemico fu una consuetudine diffusa originariamente in alcune vaste zone dell'America del Nord. Lo scalpo era formato solitamente da una piccola parte rotonda del cuoio capelluto, larga 4/5 centimetri di diametro, che veniva staccata di netto, a volte aiutandosi perfino con i denti. Se l'esecuzione era eseguita bene si sentiva il carattenstico flop della pelle che si staccava dal cranio; l'operazione era molto dolorosa, ma non mortale. Vi sono stati molti casi di persone scotennate e sopravvissute.
Alcune tribù usavano invece prendere tutta la capigliatura, staccando tutta la pelle: a volte aggiungevano anche la pelle del viso e le orecchie.

Scotennare il nemico era una usanza più che altro diffusa solo in alcune zone del Nord America anche se i film sugli indiani e cowboys hannno sempre cercato di far credere fosse una usanza molto diffusa: quando si parla di scalpo, si intende una porzione di 5 centimetri circa di cuoio capelluto, comprensiva della pelle che sorregge i capelli, che veniva asportata mediante un unico taglio rapido con un coltello a vlte nemmeno così affilato, mentre si trattenevano i capelli con l'altra mano, per sollevare la pelle a sufficienza così da tagliare in maniera netta e il più rapido possibile.
Alle volte il coltello non era molto affilato, come ho detto e l'indiano americano di turno si aiutava con i denti: se la vittima era fortunata, poteva sperare di essere già morta durante l'operazione di scalpo, ma generlamente le vittime, se non erano ferite dalla battaglia, morivano di infezione per via del taglio effettuato con lame non pulite e per lo shock occorso; se l'atto dello scalpo veniva correttamente messo in opera, si percepiva il classico suono simile a quando si apre un barattolo sigillato di vetro, una specie di "plop", che indicava che la pelle si era staccata dal cranio.

Una usanza molto macabra tra i nativi americani della tribù degli Uroni era di catturare vivo qualche avversario, il quale veniva portato nel villaggio dove lo avrebbero ucciso a fuoco lento (a volte gli veniva dato un colpo di clava in testa o veniva ucciso con una freccia) prima di staccargli la testa, mentre se i guerrieri Uroni avevano troppe cose da portare, staccavano la pelle con la capigliatura del povero malcapitato di turno, ottenendone uno scalpo che chiamavano "onontsira".
Dopo averla conciata la conservavano come trofeo da erigere in tempo di guerra sulle palizzate del villaggio, legata alla punta di una lunga pertica così da mmonire gli avversari a quale sorte sarebbero andati incontro se avessero voluto combattere contro di loro. L'usanza di scotennare il nemico si diffuse probabilmente nei territori del Nord-est giungendo da Sud, lungo la vallata del Susquehannock, comunque in linea generale, lo scalpo era solitamente considerato un trofeo e la scotennatura un gesto molto umiliante per il nemico che la subiva, anche se naturalmente ciò non era vero per tutti gli indiani.
Usanza dello scalpo tra i nativi americani


 
Teepee: era una tenda conica con struttura in pali di legno e ricoperta di pellami o cortecce uniti tra loro. Aveva un’apertura in alto che serviva alla fuoriuscita del fumo (il fuoco veniva tenuto sempre acceso). Il tepee veniva usato nel nord ovest, nel nord est, nella zona subartica e nella zona del sud ovest.tenda conica composta da una struttura di pali di legno sulla quale si adagiava una copertura di pelli di bisonte.
Questa era la “casa” degli indiani delle pianure, quei nomadi che trascorrevano la propria vita migrando al seguito dell’animale da cui dipendeva la propria vita: il bisonte.
Quegli stessi indiani hanno finito per formare il nostro immaginario sull’argomento perché furono i più caparbi e forti a difendere il proprio stile di vita dall’avanzata dei bianchi. Inoltre, cosa non da poco, erano parte di società guerriere in cui la guerra stessa era vista come una fonte di crescita sociale ed individuale.
Le tende o case degli indiani erano composte da elementi di facile reperimento in natura anche se talvolta questi stessi elementi richiedevano un lungo intervento umano per essere trasformati e resi utilizzabili.
L'abitazione era resistente e forniva un ambiente tiepido e confortevole ai suoi occupanti anche durante gli inverni più rigidi, era impermeabile anche sotto le piogge più battenti e fresca anche al culmine delle calure estive. Era trasportabile - fattore importante dal momento che la maggior parte delle tribù era nomade - e poteva essere smontata ed era imballabile rapidamente quando una tribù decideva di mettersi in movimento, così come era possibile tornare a tirarla su rapidamente quando una tribù decideva di insediarsi in un'area.
Oggigiorno di norma la copertura è di canvas e vengono utilizzati da famiglie di nativi che assistono a feste e celebrazioni  o che erigono accampamenti in cui si trasmettono alle generazioni più giovani le tradizioni.
I tipi consistono di tre elementi: un insieme di pali, il numero varia a seconda della dimensione del tepee (11 per un tipì da 3-4 metri, 14 per un tipì da 5 metri...), una tela o una copertura di pelli, lining (rivestimento interno chiamato anche la tela della rugiada). Corda e picchetti sono necessari per legare i pali ed ancorare la copertura. I tipi si distinguono dalle altre tende per due innovazioni determinanti: l'apertura superiore delle falde per il fumo, che permettono all'abitante di cuocere e riscaldarsi con un fuoco acceso, e la copertura versatile, che consente un solido ma controllato sistema di circolazione dell'aria fresca e di smaltimento dei fumi con qualsiasi tempo. I tipi sono concepiti per essere agevolmente montati e smontati in funzione degli spostamenti, specialmente per inseguire le mandrie di bisonti. I lunghi pali potevano essere impiegati per costruire una treggia trainata da cani e più tardi da cavalli.

COME GLI INDIANI D'AMERICA SCEGLIEVANO I NOMI
 il nome era considerato sacro, tanto da portare al tabù di non pronunciarlo nei rapporti interpersonali: si preferiva apostrofarsi a vicenda con appellativi di parentela come “cugino” (tanhanši), “nonno” (tunkašila) nomi comuni quali “amico” (kola), “amica” (maške) o addirittura eliminare del tutto i vocativi piuttosto che pronunciare il nome proprio. Dare un nome a un bambino costituiva perciò un avvenimento determinante per l’intera famiglia, anche se, come vedremo in seguito, la cosa non aveva carattere definitivo perché si poteva cambiar nome diverse volte nel corso della propria vita.
Il primo nome del neonato veniva deciso dai genitori o da un parente anziano: la scelta in genere cadeva sul nome di uno dei nonni ancora in vita, oppure su quello di un parente anziano già morto e la cui memoria continuava ad essere oggetto di venerazione nel tiwahe (gruppo familiare legato da vincoli di sangue). Un’alternativa attuabile sia per i bambini che per le bambine era una frase legata a un’impresa di guerra o a un fatto per cui il padre si era guadagnato onori e gloria all’interno della tribù. Una volta scelto il nome, un “araldo” veniva incaricato di comunicarlo al villaggio e all’annuncio si accompagnava il dono di un cavallo a una famiglia povera del villaggio, che in cambio contraccambiava con l’augurio che il bimbo arrivasse sano e forte al momento in cui gli sarebbero stati praticati i fori alle orecchie, cosa che veniva praticata in occasione di solenni cerimonie religiose come la Danza del Sole e per cui si aspettava che il bimbo fosse in grado di camminare da sé. Se, per un motivo qualunque, non si fosse riusciti a bucare le orecchie di un bimbo, la situazione era considerata un presagio infausto per il piccolo e la sua famiglia .


Alimentazione nativi americani
Le tribù native situate sulla costa del Pacifico facevano delle feste chiamate "potlatch" tutte le volte che avevano avuto fortuna nella caccia questo perché come tradizione si doveva dividere la fortuna avuta così che nessuno rimanesse senza mangiare inoltre era l'occasione per fare una festa dove divertirsi e chi non vorrebbe anche oggi? Dopo diversi giorni quando gli invitati partivano portavano via anche tutti gli avanzi di cibo usandolo per il viaggio di ritorno. Queste cene potlach hanno cambiato il nome in pot luck per i bianchi che altro non sono che frequenti ritrovi sociali nell'America rurale.  Il luogo dell’incontro è di solito la sala parrocchiale o il refettorio della scuola; i vari piatti vengono messi su un tavolo, e poi assaggiati, confrontati e gustati da tutti.
Anche lo sciroppo d'acero è un insegnamento degli indiani d'America che passò ai coloni i quali appresero come incidere la corteccia per farne uscire il nettare nel giusto periodo dell'anno. La zuppa di granturco e quella di molluschi sono tuttora le minestre preferite nel New England. Infine, sembra che anche due dei nostri vizi contemporanei, la gomma e il tabacco, derivino dagli indiani americani, i quali erano anche dei bevitori. Alcuni bevevano una birra leggera fatta con il granturco, le patate e le noccioline; in certi mesi, lungo la costa orientale, si beveva un particolare vino d’uva selvatica. Per il resto dell’anno, quelle tribù ricorrevano a bibite ottenute facendo bollire nell’acqua zenzero, cannella, sassofrasso ed altre erbe aromatiche. Una ricetta che sembra molto simile a certe bevande a "bollicine" che oggi in USA e in tutto il mondo vanno per la maggiore!


Gli Indiani d’America avevano un’alimentazione varia che si differenziava in base al loro luogo di appartenenza; le tribù del nord prediligevano maggiormente la carne, mentre le tribù che abitavano lungo la costa, mangiavano frutti di mare e crostacei, cotti a vapore o arrostiti sotto la sabbia grazie a pietre ardenti.
I piatti della tradizione degli Indiani d’America sono arrivati fino ad oggi grazie agli insegnamenti che gli indiani diedero agli europei giunti nel loro continente. In questo modo, oggi si è venuti a conoscenza di alcuni dei loro pasti:
  • Zuppe: zuppa di granturco, zuppa di trota, zuppa di pomodori, zuppa di zucca gialla, zuppa di carciofi.
  • Carne: chilli classico, cervo arrosto e riso selvatico, coniglio stufato e dumplings (pasta fatta con farina d’avena e bollita), pernice con uva e mele, quaglie con anacardi, tacchino arrosto, stufato di gallina.
  • Pesce: gamberi alla Cajun (nome di una tribù), granchio al forno, stufato di lumache di mare, anguilla al forno.
  • Verdure: ortica al burro, Succotash Mohegan, salsa chimichurri.
  • Dolci: torta ai semi di girasole, biscotti alle nocciole, pasticcio di anacardi e zucca

PIPE E CALUMET  DEGLI INDIANI D'AMERICA

Di fianco all'arco e alle frecce, la pipa era una delle cose più importanti simboli della tradizione di tutte le tribù indiane americane serviva per rilassarsi e in ogni cerimonia per onorare gli spiriti e avere commercio con loro». Tutte le testimonianze sottolineano come la pace, il commercio, il matrimonio e l'adozione fossero sanciti dall' uso della pipa perché gli spiriti degli anziani ormai passati oltre arrivavano a rendere sacro qualsiasi patto. Anche i resoconti di viaggio dei secoli XVII e XVIII ne segnalano la funzione particolare per chiudere  in modo politico-magico-religioso le relazioni tra sé e gli altri, un altare, un contenitore sacrificale in cui la più sacra delle sostanze, il tabacco, veniva offerta alle sacre potenze.
Diffusa in tutte le culture native del Nord America, era chiamata anche calumet, parola di origine francese che significa calamo, canna cava che ne identificava la forma particolare e strana ai bianchi rispetto le pipe a cui erano abituati. Il calumet è composto dal fornello in pietra tenera e dal cannello in legno: il primo rappresentava il femminile poiché rivece la materia erbacea da fumare che viene tramutata in qualcosa di più leggero come il fumo, il cannello, quando unito al fornello, l'energia maschile e il potenziale creatore che agisce da mediatore tra le energie della terra e l'aldilà. Proprio da questa congiunzione delle due parti della pipa si evocavano i due poli che tutto reggono, per questo il fornello e il cannello venivano conservati separatamente, ciascuno in una borsa di pelle ornata.



Il calumet (pronunciato calumé) è una pipa da cerimonia degli Indiani dell'America Settentrionale.
Il calumet veniva utilizzato durante importanti cerimonie, specialmente per celebrare un trattato di pace o di alleanza. Secondo la leggenda dei Lakota, che lo chiamano Chanunpa Wakan, il calumet fu donato agli uomini dalla femmina bianca di bisonte insieme alle sette cerimonie.
La tradizione vuole che il cannello - fatto comunemente con legno di frassino bianco - simboleggi gli uomini, mentre il fornello - fatto comunemente di pietra - rappresenterebbe la madre Terra.
I Lakota usavano per il fornello del calumet la catlinite (dal nome di George Catlin, pittore statunitense che visse a lungo fra gli indiani e a cui veniva concesso di visitare le aree dove si trovava tale materiale), uno scisto quarzifero colorato di rosso per l'alto contenuto di ferro e facilmente lavorabile. Altre tribù usavano rocce bluastre, nere o verdi. I Cherokee e i Chickasaw costruivano fornelli con una sorta di terracotta. Gli Ute del Colorado usavano alabastro color salmone.
Nel calumet venivano comunemente bruciate salvia e graminacee, oltre al tabacco

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