martedì 4 settembre 2018

BUON ANNO DA ALESSANDRO D'AVENIA


La mia collega Serenella, che
ringrazio, ieri sera mi ha inviato
questo articolo di Alessandro
D'Avenia, l'ho letto come fosse
una preghiera, c'è dentro l'ebbrezza
di un compito gravoso eppure dovuto;
mi sforzerò di mettere nella mia
cassetta degli attrezzi tutti i giorni il
sorriso, l'entusiasmo, la curiosità, la
speranza e la generosità...buon anno
scolastico a me e a tutti i colleghi.
NON CROLLANO SOLO I PONTI

È la prima campanella dell’anno scolastico quella che suonerà tra poco: l’ennesima promessa di un nuovo inizio, rintocco del desiderio umano che non smette mai di sperare che una vita rinnovata e più piena possa sorgere dal ripetitivo orizzonte quotidiano. Immagina, cara/o collega, di sederti al posto di un tuo studente in questo primo giorno. Guardati entrare in classe, osservati: dal portamento ai libri che hai con te. Che cosa vedi? Perché sei lì? Per chi sei lì? Perché hai scelto chimica, italiano, fisica, diritto… e hai scelto di raccontarli a una nuova generazione? Rispondi a queste domande mentre ti vedi disporre gli strumenti del mestiere sulla cattedra. Adesso ascoltati formulare l’appello. Come pronunci i nomi dei tuoi studenti? Come guardi i loro volti? E che cosa vedi sul tuo?
Forse nel tuo sguardo puoi scorgere delusione e stanchezza, per un sistema che non valorizza la tua personalità e la tua professionalità… Ma ricorda che i ragazzi saranno lo specchio di ciò che trasmettono i tuoi occhi, perché lo sguardo umano non è mai neutro ma contiene esattamente la vita che vuole dare o togliere, così dal loro sguardo saprai sempre com’è il tuo. Desiderano ciò che tu desideri: essere riconosciuti, valorizzati, supportati. Non vedi, forse, la tua stessa carne? Perché non prendersene cura come vorresti si facesse con te? Proprio perché loro non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che maturare è un’avventura e non una colpa da espiare. Essere adulti è questo: finita l’iniziazione alla vita, riuscire a portarne il peso, come un padre solleva suo figlio perché colga i frutti sui rami a cui neanche lui arriva. Se ti avvicini puoi scorgere sui loro volti i segni della solitudine e della paura: la spavalderia, le provocazioni, i silenzi, le maschere di questa età tradiscono il desiderio di avere un nome, di abitare la vita. Non sono forse i segni della tua stessa ricerca? Ma come far sì che la speranza sia sempre un passo avanti rispetto alla paura? Da dove attingere la pazienza e la generosità per farsi carico di queste vite? Un pensiero ti conforta: tu sai che sono la cultura e le buone relazioni le risposte a questa ferita, alla fragilità dell’io rispetto alla pienezza a cui aspira. La cultura generosamente condivisa nella relazione educativa, la trasmissione del vero, del bello, del buono, resistenti al tempo vorace, sono proprio ciò che consente di dare peso e senso alla vita, la risposta umana al nulla: «Ove tende questo vagar mio breve? E io che sono?», ti interrogano con le parole di Leopardi. Ti chiedono di «soffrire» per loro, e il verbo vuol dire sia «portare il peso» della vita sia «dare» la vita: concepirli e generarli. Non respingerli nel buio, lasciali venire alla luce, attraverso di te.
Ma c’è quella luce nei tuoi occhi? Come sarà la tua prima lezione? Come nelle sinfonie la prima lezione è la tonalità da cui dipende tutto l’anno: il tuo spartito svilupperà il tema giorno per giorno e loro sono gli strumenti, tutti necessari, dell’orchestra. Tu, maestro, sai che la musica non è tua, ti precede, ma sei tu a interpretarla, realizzarla, darle forma, insieme a loro. Senza loro agiti la bacchetta nel nulla. Avete bisogno l’uno degli altri, solo così l’armonia accadrà. Lo so: è faticoso, i colleghi sono a volte difficili, lo stipendio fa pena, le riunioni sono lunghe, le scartoffie troppe, i genitori ingombranti. Puoi voltarti dall’altra parte e dire che non sono affari tuoi. Invece lo sono. La tua eredità sono loro.
Ero a Genova quando è crollato il ponte. Il silenzio che ha avvolto la città era infranto solo da ambulanze ed elicotteri e, negli intervalli muti, si affollavano i «perché» con cui la mente cerca di strappare un senso alle catastrofi. Siamo arrivati tutti a una conclusione, purtroppo frequente nel nostro Paese: bisognava pensarci prima. Anche la scuola è un ponte che, ogni giorno, trasporta quasi 9 milioni di vite da un destino a una destinazione, dall’informe alla forma pienamente umana della vita. Proprio tu sei chiamata/o alla manutenzione ordinaria e straordinaria del ponte. Guardati entrare con la tua cassetta degli attrezzi: alla tua professionalità sono affidate le loro vite. Come avresti voluto ti si guardasse e che cosa avresti voluto sentire? Non certo quello che disse una volta una docente, fissando la nuova classe, il primo giorno del primo anno di superiori: «Siete troppi, vi ridurremo». Il tu viene alla luce solo se l’io dell’adulto lo concepisce e lo genera, e l’io non per questo si perde, anzi è rigenerato come accade ai tessuti di una madre in dolce attesa. Insegnare è una delle migliori cure contro l’invecchiamento che io conosca.
Durante l’estate ho passato dei giorni insieme a mia sorella che ha una bambina di pochi mesi. Era una gara a intuire di cosa avesse bisogno e, chi dei familiari entrava nel raggio di azione dello sguardo di Beatrice, era attratto dalla forza di gravità della «cura». L’empatia, l’intuire di che cosa la vita in formazione ha bisogno, è vitale per il bambino e per chi gli sta attorno: noi umani non ci prendiamo cura dei piccoli perché li amiamo, ma li amiamo perché ci prendiamo cura di loro. Curando, impariamo ad amare e conoscere, e così maturiamo anche noi. Bambini e adolescenti vengono alla luce se trovano educatori in grado di nutrire il loro bisogno di avere una forma: formarsi. E lo chiedono a chi è già «formato», ma se costui non se ne cura le vite crollano. Il docente, mediatore tra l’informe e le forme di vita che racconta, a partire dalla sua, è chiamato alla cura, per professione. Rifiuto la retorica che attribuisce al mio mestiere la parola «missione», perché ascrive l’empatia, strumento professionale necessario al riconoscimento della vita altrui come propria, all’ambito di supereroi e mistici. Empatia non è sostituirsi agli alunni, ma conoscerne e sostenerne battaglie, contraddizioni, domande, offrire risposte adeguate se le abbiamo, o una presenza adeguata se non le abbiamo. I ragazzi vogliono adulti veri: né amiconi nostalgici dell’adolescenza né aridi erogatori di nozioni. La cultura non è una sovrastruttura snob, ma il modo in cui la vita umana cerca il suo compimento. Non basta informare, occorre formare: aiutare la vita a compiersi e a dar frutto. Per farlo serve generosità, che ha la stessa radice di generare. La relazione educativa o è generativa (amplia il naturale desiderio di far esperienza della realtà) o è degenerativa (chiude il desiderio, annoia, spegne il coraggio e la curiosità). La generosità educativa è anch’essa professionalità e non volontariato. È generoso chi genera, cioè afferma la vita dell’altro come necessaria e si impegna, come può, al suo compimento, come i bastoncini con cui mia nonna sosteneva le piantine incerte, perché crescessero verso la luce, approfondendo così le loro buie radici. Non c’è compimento senza concepimento, non c’è generazione senza generosità. E una generazione non generata prima o poi crolla.
Qualche giorno fa mi ha scritto una ragazza che sarebbe precipitata nel baratro di una malattia se una professoressa non fosse stata «empatica» e «generosa», affrontandola a tu per tu alla fine di una lezione. Mi ha chiesto di dar voce alle sue parole: «Vorrei chiedere a tutti i professori di fermarsi, anche solo un attimo, di alzare lo sguardo dal registro e guardare negli occhi i ragazzi. Non limitatevi a segnare l’assenza, ma chiedetevi se veramente gli studenti sono lì, chiedete loro come stanno, dando peso alle risposte perché, spesso, noi ragazzi diciamo che va tutto bene, anche quando stiamo morendo dentro. Il vostro compito non è esclusivamente spiegare, interrogare e valutare. Voi siete in grado di vedere più lontano dei genitori: a scuola proprio perché ci si sente invisibili emergono le più piccole debolezze. Avete idea di quanti ragazzi nuotino controcorrente senza scoprire le proprie capacità? Quanti credono di essere inutili? Quanti concorrono per un voto come fossero oggetti? Mi capita di pensare a come sarebbe andata a finire se quel giorno la mia professoressa non mi avesse fermata e non mi avesse guardata negli occhi. Forse oggi non sarei qui». Di norma non si tratta di casi limite, ma di mostrare che ci si sente responsabili della loro vita, magari con un sincero e sorridente «come stai?»: portare il peso a volte è semplicemente «dare peso». Un adolescente si decide a maturare se sente che un adulto vuole farsi carico della sua vita, perché così scopre che è buona, e il suo coraggio si attiva vincendo la paura, perché vede un altro impegnato per lui. Ciò che ci aspettiamo da loro deve essere prima in noi: questo è educare, e l’istruzione ne è solo una conseguenza. A noi chiedono di impegnarci per un volto e, solo dopo, per un voto. Un anno scolastico in cui non cresco in amore e conoscenza della materia e dei ragazzi, per me è un anno perso.
Il letto da rifare oggi, il primo dell’anno scolastico, è la manutenzione delle anime. Come noi insegnanti ci aspettiamo che loro ascoltino noi, possiamo «ascoltare» i loro volti, perché ascoltare un adolescente è capire ciò che non dice. Come i ponti, anche le anime possono crollare per incuria. Guardati. Che cosa vedi? Guardali. Che cosa vedi? Buon anno a tutti.

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